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ANS - Agenzia Info Salesiana. Periodico plurisettimanale telematico, organo di comunicazione della Congregazione Salesiana

  • Vaticano – Il “sogno” di suor Smerilli (FMA) al Sinodo: una Chiesa profetica, trasparente e credibile in economia
    Vaticano – Il “sogno” di suor Smerilli (FMA) al Sinodo: una Chiesa profetica, trasparente e credibile in economia

    (ANS – Città del Vaticano) – Al briefing per i giornalisti che seguono il Sinodo dei Vescovi sui giovani ieri, 18 ottobre, ha preso parte anche suor Alessandra Smerilli, Figlia di Maria Ausiliatrice, che partecipa al Sinodo come uditrice. La religiosa - docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici organizzate della Conferenza Episcopale Italiana - nei suoi interventi ha dato conto di quanto anche la dimensione economica ed ecologica siano presenti ai lavori sinodali.

    La religiosa della Famiglia Salesiana nella Sala Stampa vaticana ha manifestato: “Un sogno che spero di vedere realizzato è una Chiesa profetica” dove “anche la dimensione economica sia vissuta con trasparenza e credibilità”.

    Quindi ha proseguito: “Non possiamo parlare di povertà e dimostrare poca attenzione ai temi dell’ambiente. Altrimenti generiamo nuove povertà, e queste le pagano i giovani … Economia ed ecologia hanno la stessa radice. Non si può ascoltare il grido dei poveri, e dei giovani tra i poveri, senza ascoltare il grido della terra, perché sono lo stesso grido”.

    Sull’impegno diretto della Chiesa in questo campo la religiosa allarga lo sguardo: “I giovani hanno bisogno di opportunità, e non di assistenzialismo. La Chiesa può fare di più. Può mettere a disposizione beni, ma anche l’esperienza di molti. Nuovi monasteri, bozzetti di nuova civiltà, dove si sperimentano anche nuove forme di economia e lavoro, e dove i giovani possano trascorrere un anno della loro vita, come passaggio tra la famiglia e una vita adulta”.

    Anche a motivo della presentazione, appena il giorno precedente, del rapporto della Caritas Italiana sulla povertà nel Paese, la religiosa ha indicato: “In Italia si sta verificando questo: per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, l’incidenza della povertà assoluta e delle persone che vivono in questa condizione, e non hanno i mezzi necessari per vivere in società, è più alta tra i giovani fino a 34 anni che tra gli anziani… Tra i poveri assoluti in Italia uno su due è giovane e minorenne”.

    Tuttavia la ricetta che la religiosa propone per uscire da questa situazione è valida a livello universale: “Questo stato di cose non si cambia se non abbracciamo la prospettiva della sostenibilità”.

    E la Chiesa può dare il buon esempio: “Se tutta la Chiesa iniziasse a vivere questa prospettiva economica, daremo un contributo per ridurre le nuove povertà. Se gli investimenti finanziari si spostassero verso ciò che è sostenibile, piuttosto che finanziare imprese o Stati che colludono con il commercio ad esempio di armi… Se usciamo da questo sinodo convinti di una conversione in questo senso, i giovani ci ringrazieranno”.

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    • Vaticano – Sinodo, mons. Virgilio do Carmo, SDB: “Qual è il segno che dobbiamo lasciare?”
      Vaticano – Sinodo, mons. Virgilio do Carmo, SDB: “Qual è il segno che dobbiamo lasciare?”

      (ANS – Città del Vaticano) – Un messaggio a favore dell’ascolto e dell’empatia verso i giovani da parte di un vescovo timorense, ossia proveniente da un Paese, Timor Est, dove i giovani sotto i 25 anni rappresentano la maggioranza della popolazione, ma dove l’ascolto normalmente viene solo richiesto ai giovani, da parte degli adulti e degli anziani. È quanto ha portato al Sinodo dei Vescovi mons. Virgilio do Carmo da Silva, SDB, vescovo di Dili, la capitale del Paese.

      In questi giorni del Sinodo in Vaticano siamo benedetti da questa bella esperienza di viaggiare insieme come Chiesa, per "ascoltare" la realtà dei giovani di oggi. Ci siamo chiesti “Qual è la mia relazione con i giovani che stanno lasciando la mia parrocchia o diocesi? Li vedo o sono invisibili per me?” O altre domande come: “Cosa vogliono i giovani da noi?”.

      I giovani hanno bisogno di qualcuno che li ascolti; vogliono ricevere fiducia; vogliono risposte alle loro domande; vogliono parlare nel loro “linguaggio giovanile” - semplicemente perché non sono il problema, ma in qualche modo anche le vittime.

      Il nostro Santo Padre Papa Francesco nelle sue osservazioni conclusive per la prima parte degli interventi ha ricordato ai Padri sinodali tre parole chiave:

      -      “Ascolto”. Per la Chiesa la parola “ascoltare” è una realtà “teo-logica” non solo “pedagogica”.

      -      “Empatia”, richiesta come atteggiamento verso i giovani.

      -      Il Principio teologico “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo” (Mt 21,42). Pertanto, solo ascoltando i giovani possiamo scoprire la verità in loro, la bellezza e la bontà di Dio in loro.

      Solo attraverso l’ascolto siamo in grado di andare oltre, per scoprire il fuoco della Pentecoste nel cuore dei giovani, che stanno cercando Gesù, e noi dobbiamo mostrare loro Gesù. In verità i giovani cercano coloro che li accompagnano. Questo è un appello a molte buone guide spirituali – cioè a coloro che possono camminare insieme ai giovani. C’è un proverbio egiziano che dice: “Meglio per me sentirmi benvenuto, piuttosto che avere un pezzo di pane”. “Nell’accompagnamento i giovani non sono attratti solo dai buoni esempi, ma soprattutto dagli esempi che attirano e catturano” (Enzo Bianchi).

      Vorrei concludere quest’intervento con la citazione di uno dei padri sinodali: “Veniamo in questo mondo non per rimanere nella nostra zona di comfort, ma per lasciare un segno! E ora che stiamo lentamente arrivando alla fine del Sinodo, ci chiediamo: qual è il segno che dobbiamo lasciare?”.

      Fonte: AustraLasia

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      • Vaticano – Sinodo, il Rettor Maggiore: “Tutti i giovani sono i nostri giovani”
        Vaticano – Sinodo, il Rettor Maggiore: “Tutti i giovani sono i nostri giovani”

        (ANS – Città del Vaticano) – Accoglienza e prossimità ai giovani, con un’attenzione speciale a quelli delle comunità immigrate. Su questi punti si è concentrato l’intervento del Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Ángel Fernández Artime, al Sinodo dei Vescovi.

        Santo Padre, riceva innanzitutto la mia profonda e sincera gratitudine per il dono che offre alla Chiesa attraverso questo Sinodo. Senza dubbio un tempo di Grazia e Presenza dello Spirito Santo.

        Comincio dicendovi che ho immaginato il tema del Sinodo come una piramide. Alla base, ci sono TUTTI I GIOVANI. A metà strada, i giovani in cammino verso la Fede; e all’apice, i giovani in discernimento vocazionale, al quale certamente giungono molti meno giovani.

        Permettetemi di raccontarvi cosa mi è capitato l’altro ieri. All’uscita da qui, nel pomeriggio, due giovani, di circa 26 o 28 anni, mi hanno detto in spagnolo. “Scusami, potresti dirci perché ci sono persone che escono vestite con delle fasce colorate addosso e qualcosa sopra la loro testa…?”

        Ho capito subito che conoscevano poco o nulla della Chiesa e dei suoi Pastori. Ho intuito che non sapevano cosa fosse un vescovo. Così gli ho spiegato cosa stavamo facendo qui. Ho detto loro che il Papa aveva convocato molte persone per pensare ai giovani, e che anche i giovani stanno partecipando.

        Mi hanno chiesto se potevano vedere il Papa, perché sarebbero stati contenti di incontrarlo. E perché lo ritengono un “uomo buono con tutti”.

        Ho notato anche che avevano degli anelli alle dita. Gli ho chiesto se erano fidanzati o già sposati. Mi hanno detto che erano sposati e che avevano un bambino di tre anni. Ho chiesto loro quale fosse il nome di loro figlio e il loro volto si è illuminato. “Si chiama Julian”. Gli ho fatto i miei migliori auguri e ho salutato questi amici colombiani.

        E nel mio cuore è risuonata forte la convinzione: anche questi sono i nostri giovani! TUTTI I GIOVANI SONO I NOSTRI GIOVANI. Non ci sono giovani dentro e giovani fuori.

        Penso che dobbiamo trasmetterlo al mondo: che la Chiesa e i suoi Pastori sentono tutti i giovani del mondo come i SUOI GIOVANI, I NOSTRI GIOVANI, perché nessuno deve sentirsi escluso. Essi devono sentire che li accogliamo, indipendentemente dalla loro situazione e dalle loro storie di vita.

        Una seconda cosa. Visitando le presenze salesiane nel mondo, ho visto molte chiese nelle diocesi piene perché erano riempite dai GIOVANI IMMIGRATI E DALLE LORO FAMIGLIE.

        L'ho visto a Vancouver, Toronto e Montreal, l’ho visto in California e in Nuova Zelanda; a Melbourne e, senza andare troppo lontano, nella mia nativa Spagna (con migliaia e migliaia di fratelli latinoamericani), e in Italia (con migliaia di filippini a Roma e Torino).

        E mi ripeto la stessa cosa: questi sono i nostri giovani, con le loro famiglie, che peraltro portano anche aria fresca di Fede alle nostre Chiese, proprio mentre il rifiuto, la paura, l’intolleranza e la xenofobia crescono nelle nostre nazioni.

        Ed è per questo che penso che parlando dei giovani come Chiesa vuol DIRE UNA PAROLA FORTE, DECISA e CORAGGIOSA IN LORO FAVORE IN TUTTE LE NAZIONI DELLE NOSTRE CHIESE LOCALI, proprio come Papa Francesco fa per l’intera Chiesa Universale. Perché questi giovani immigrati sono ancora più fragili di tutti gli altri. Vogliamo osare farlo?

        Infine, i nostri giovani dovrebbero sentirci dire che GLI VOGLIAMO BENE, e che VOGLIAMO FARE UN PERCORSO DI VITA E DI FEDE INSIEME A LORO. I nostri giovani devono sentire la nostra presenza AFFETTIVA ed EFFICACE in mezzo a loro. Devono sentire che non vogliamo né dirigere le loro, né dettare come dovrebbero vivere, ma che vogliamo condividere con loro il meglio che abbiamo: Gesù Cristo, il Signore. Devono sentire che siamo qui per loro e, se ce lo permettono, per condividere la loro felicità e le loro speranze, le loro gioie, i loro dolori e le loro lacrime, la loro confusione o la loro ricerca di senso, la loro vocazione, il loro presente e il futuro.

        Devono sentire che GLI STIAMO SUSSURRANDO DIO. Forse non raggiungeremo un’ortodossia e una ortoprassi straordinarie, ma sentiranno, attraverso la nostra piccola intermediazione, che Gesù LI AMA E SEMPRE LI ACCOGLIE. Allora tutto sarà valso la pena.

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        • Israele – Nuovamente profanato il cimitero cattolico di Beit Jemal
          Israele – Nuovamente profanato il cimitero cattolico di Beit Jemal

          (ANS – Beit Jemal) – Il cimitero cattolico annesso al convento salesiano di Beit Jemal, presso la città israeliana di Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme, è stato nuovamente profanato. Mercoledì 17 ottobre i Salesiani della comunità hanno ritrovato ben 28 tombe con le croci sepolcrali abbattute. Tristemente, non è la prima volta che accade.

          Già nel 2013, una bomba incendiaria era stata lanciata contro una porta del convento e slogan blasfemi erano stati scritti sulle mura del complesso. L'area cimiteriale era stata poi presa di mira nel dicembre 2015, quando ignoti assalitori avevano divelto le croci delle tombe e distrutto alcune statue.

          Mentre poco più di un anno fa, a settembre del 2017, ignoti vandali avevano attaccato la chiesa di Santo Stefano, sempre nello stesso complesso della comunità di Beit Jemal, distruggendo statue e vetrate e gettando all’aria gli arredi sacri.

          “È motivo di rammarico e di rabbia vederci di nuovo impegnati a condannare tali atti criminali, ripetuti molte volte negli ultimi anni” ha affermato in un comunicato l’Assemblea degli Ordinari cattolici della Terra Santa.

          La polizia israeliana, da parte sua, ha riferito di aver avviato indagini.

          Mentre la reazione della comunità salesiana di fronte a questo nuovo avvenimento è quella utilizzata dallo stesso Gesù sulla croce. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” hanno manifestato i Figli spirituali di Don Bosco. I quali, comunque, nonostante il ripetersi dei gesti vandalici e degli attacchi ai luoghi sacri, hanno manifestato anche la volontà di voler continuare a restare in loco e a servire la comunità locale.

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          • Isole Salomone – Andare oltre i propri confini per arrivare a toccare la vita di chi ci circonda
            Isole Salomone – Andare oltre i propri confini per arrivare a toccare la vita di chi ci circonda

            (ANS – Honiara) – Ranadi è un sobborgo situato ad Est di Honiara, capitale delle Isole Salomone. Il suo nome notoriamente viene associato alla discarica dove viene raccolta tutta la spazzatura della capitale. Sfortunatamente, molte famiglie vivono nelle vicinanze della discarica e sopravvivono proprio rovistando tra i rifiuti per trovare un po’ di plastica o qualche altro elemento da riciclare. In questo penoso servizio sono implicati anche numerosi bambini e giovani.

            La popolazione di Ranadi in passato aveva invitato alcuni ordini religiosi presso il proprio villaggio, soprattutto perché desiderosa di ricevere l’Eucaristia. Il salesiano don Srimal Priyanga, Direttore dell’Istituto Tecnico “Don Bosco” è stato tra quanti sono stati contattati.

            Così nello scorso mese di agosto, don Priyanga, insieme a don Alfred Maravilla, Superiore della Visitatoria salesiana di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone (PGS), si sono recati in visita alla discarica, per vedere con i propri occhi la situazione della gente e il modo in cui vivono, e hanno avuto un breve incontro con il responsabile della comunità.

            Quanto hanno visto non ha lasciato indifferenti i due Figli spirituali di Don Bosco. “La puzza e lo squallore di quel posto erano ripugnanti – ha commentato don Priyanga –. Questa visita, questo andare oltre i confini della nostra istituzione per toccare le vite di chi ci circonda, ha aperto i nostri occhi”.

            Pertanto, il Superiore PGS ha manifesto il suo pieno sostegno e incoraggiamento alla comunità di Henderson nell’esaminare la possibilità di raggiungere la gente di Ranadi, in particolare i giovani di questa povera comunità e delle comunità adiacente. “Raggiungerli ed esaminare come possiamo aiutare questa povera gente è un’espressione molto concreta dello spirito missionario di Don Bosco al servizio della comunità” ha sottolineato don Maravilla.

            In risposta a questa sfida posta dalla comunità di Ranadi e accolta dal Superiore, la comunità di Henderson ha accettato di avviare incontri periodici con i giovani e di studiare insieme alla gente come la comunità potrebbe intervenire su vari aspetti relativi all’educazione dei ragazzi, al miglioramento della salute della popolazione, e allo sviluppo di attività oratoriane.

            I Salesiani di Henderson invitano tutti a mettersi al servizio delle famiglie vulnerabili e a raggiungere tutti i bisognosi in qualsiasi situazione o località si trovino.

            Fonte: AustraLasia

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            • Vaticano – Sinodo, mons. Mendes, SDB: “È necessario offrire ai giovani degli spazi per sentirsi accolti”
              Vaticano – Sinodo, mons. Mendes, SDB: “È necessario offrire ai giovani degli spazi per sentirsi accolti”

              (ANS – Città del Vaticano) – Presentiamo qui di seguito un estratto dell’intervento presentato il 17 ottobre al Sinodo dei Vescovi dal salesiano mons. Joaquim Mendes, vescovo ausiliare di Lisbona e Presidente della Commissione episcopale dei Laici e Famiglia della Conferenza Episcopale Portoghese:

              È necessario, nei nostri ambienti ecclesiali, offrire ai giovani spazi di accoglienza, condivisione e corresponsabilità, all’interno del piano pastorale di parrocchie, movimenti e scuole cattoliche, inserendoli nei gruppi pastorali, negli organi pastorali di comunione e partecipazione, come i consigli parrocchiali, e assegnare loro ruoli di responsabilità e leadership.

              Ci vuole coraggio per abbattere le barriere e i pregiudizi secondo i quali i giovani sono “poco esperti nel prendere decisioni e che da loro ci si attende unicamente degli errori” (cfr. Instrumentum Laboris, n° 33).

              Il Sinodo è un’opportunità per una conversione pastorale e missionaria delle comunità cristiane, in modo che possano dare ai giovani ciò a cui hanno diritto, ciò che desiderano e sperano: una Chiesa famiglia, in cui sentirsi parte viva, una Chiesa-casa, dove tutti trovano spazio, dove tutti si prendono cura di tutti, dove si sperimenta la fraternità cristiana che scaturisce dalla fede e dall’amore di Gesù.

              L'educazione e l'evangelizzazione dei giovani e la rivitalizzazione e il futuro delle nostre comunità passano inevitabilmente attraverso l’offerta ai giovani di ambienti ecclesiali permeati di un vero spirito familiare.

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              • Bolivia – Il centro “Hogar Don Bosco” parla chiaro attraverso la propria storia: Fermín Galarza Cardozo
                Bolivia – Il centro “Hogar Don Bosco” parla chiaro attraverso la propria storia: Fermín Galarza Cardozo

                (ANS – Santa Cruz) – Molte delle opere salesiane nel mondo sono nate dalla capacità di osservare la realtà e il mondo che ci circonda. “Il Progetto Don Bosco nacque il 1° novembre 1991 a seguito della preoccupazione di mons. Tito Solari, SDB, all’epoca vescovo ausiliare di Santa Cruz, che avendo osservando la situazione di abbandono di tanti bambini e ragazzi, decise di cercare delle soluzioni per offrire loro un’assistenza completa”. Questo progetto continua a dare i suoi frutti da oltre 25 anni: uno di questi è Fermín Galarza Cardozo.

                “Sono arrivato al centro ‘Hogar Don Bosco’ quando avevo 5-6 anni – racconta –. Venivo da una situazione dolorosa, perché il villaggio in cui vivevamo era stato allagato da un’esondazione del Rio Grande”. In verità, ogni bambino che entra in una casa di accoglienza ha una storia di dolore. “Molti di loro non possono assolutamente vivere con le loro famiglie, o perché sono orfani, o perché sono di famiglie molto povere che non possono più accudirli”, prosegue uno dei responsabili di “Hogar Don Bosco”.

                 “I miei genitori si separarono – continua Fermín – e le suore teresiane si presero cura di me e mio fratello. Si misero quindi alla ricerca di un posto in cui potessimo essere educati. All’improvviso vennero a conoscenza del grande lavoro di don Ottavio Sabbadin presso l’Hogar Don Bosco ed è così che arrivai a quella casa. Inizialmente ebbi difficoltà ad adattarmi, perché per diverso tempo sono rimasto il più piccolo della casa. Con il passare del tempo mi abituai e presi a considerare l’Hogar Don Bosco come la mia vera casa”.

                La vita presso il centro salesiano è sempre unita ad una buona educazione scolastica, che è la chiave per far sì che chi arriva possa costruire il presente e il futuro in modo autonomo e responsabile. Questa è la ragione di quest’opera. Lo stesso Fermín spiega che “L’Hogar Don Bosco è un posto dove mi hanno dato affetto e amore. Ho visto che le porte erano sempre aperte verso chi ne aveva bisogno. Personalmente, ho trovato una famiglia che mi ha accolto ed educato senza chiedere nulla in cambio, come voleva Don Bosco, e perché un giorno diventassi un buon cristiano e un onesto cittadino. L’Hogar Don Bosco è stata la mia scuola di vita”.

                Ancora oggi Fermín è inserito nel Progetto Don Bosco, ma adesso in un ruolo diverso: aiuta i ragazzi più piccoli in qualità di Professore di Scienze Sociali presso l’Unità Educativa “Ceferino Namuncurá”. E conclude la sua testimonianza: “Oggi, come persona che è riuscita a realizzarsi nella vita, guardo indietro, e ricordo tante esperienze, tante gioie… E dopo circa 15 anni da quando ho iniziato a far parte della grande famiglia che ora è il Progetto Don Bosco, non ho altro da dire, se non: ‘Grazie don Ottavio!’”.

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